Diary

XXII – Lingua


DAY 22

Fortunatamente nessuno si è fatto male, in una sorta di telefono senza fili, qualcuno dice che c’era una vecchietta che ha pensato bene di attraversare la strada nonostante la precedenza fosse dell’autobus; poco dopo un’altra fermata, ma questa volta senza zaini in faccia, siamo arrivati.

Scesi dall’autobus, ci dirigiamo verso l’edificio; è una struttura luccicante, un grosso cubo con tre quarti della superficie in metallo, o comunque di un materiale riflettente. Nuovamente accecato, intuisco la sagoma della ragazza che mi sta raggiungendo, e insieme entriamo nel cubo.

Questo si rivela essere estremamente curato e moderno, con elementi di design ovunque, tanto che qualcuno si mette a fare le foto alle sedie, ai lampadari, o qualsiasi altra cosa si potesse confondere con delle “installazioni”. C’è anche una sorta di fusoliera, sospesa sulle nostre teste, sulla superficie vedo riflettersi uno zaino giallo e dei capelli rossi, io sono fermo e mi confondo con altre installazioni.

Angus & Julia StoneBig Jet Plane

Saliamo al piano superiore e due hostess ci indicano le aule in base alla scelta dell’insegnante del corso, fatta in precedenza. Questo fu un passaggio che mi sfuggì, così io e pochi altri dovemmo scegliere in base alla disponibilità rimasta; ispirato dal nome italiano e familiare, e dal fatto che apprezzassi alcuni suoi lavori, faccio la mia scelta e mi indicano corridoio e aula.

Il problema è che essendo tutto molto di “design”, hanno pensato che differenziare le pareti dalle porte, sarebbe stato banale, così come mettere delle volgari maniglie per poter entrare. Fortuna vuole che l’aula fosse aperta, così entro cercando un posto dove potermi sedere; riconosciuta la ragazza, mi siedo dietro di lei, o meglio dietro lo zaino giallo. Poco male, sono indaffarato nel far funzionare il portatile che ha quasi la stessa età dei ragazzi più giovani presenti in quell’aula. Con discrezione lo avvio, e qualcuno chiede se quel rumore fosse la macchinetta del caffè; sempre meglio del tizio che digeriva rumorosamente, intanto entra l’insegnante.

Una bella ragazza, solare, capelli nero corvino e rossetto rosso, in pendant con un vestito senza maniche ma dall’ampia gonna. Sorridendo si presenta e lo fa in un italiano cadenzato da accento spagnolo, e capisco che ho sbagliato qualcosa… il portatile si è finalmente avviato e parte una canzone che prontamente interrompo, o meglio, cerco di interrompere: Chet FakerTalk Is Cheap

“I wanna be with you alone
Said help me help you start it
You’re a mouthful
That accounts for another week on my own”

“Voglio stare con te da solo
Mi ha detto di aiutarmi ad aiutarti ad avviarlo
Sei un boccone
Ciò rappresenta un’altra settimana da solo”


Terminata la canzone e l’imbarazzo, spiega alla classe che lei è spagnola, ma lascia a “noi” la scelta della lingua con la quale avrebbe spiegato le lezioni. Con non poche difficoltà il corso proseguì anche l’indomani, e grazie alle traduzioni simultanee dei vicini di banco, ricevetti anche dei complimenti per il lavoro fatto. Infatti, il pomeriggio seguente tornammo in centro dove la manifestazione stava arrivando alle battute finali, e dopo i saluti ufficiali, ci furono quelli non ufficiali, e finimmo tutti in trattoria, ma non a mangiare.

Tra i fumi dell’alcol, (o grazie ad essi), conobbi quasi tutti, ognuno con la sua storia, alcuni con più di una, poi ecco l’insegnante che lasciato il rossetto sul bordo di un calice vuoto, mi indica con il dito e viene a sedersi accanto a me.

Intanto fuori inizia a piovere: Foy VancePurple Rain

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